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02/04/2019
La storia della "corridora" Alfonsina Morini Strada

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Se c’è una storia che racconta la tenacia delle donne e la bellezza dello sport è quella di Alfonsina Morini Strada. La prima donna a partecipare al Giro d’Italia nel 1924, in un Paese che conosceva la fame e che non vedeva di buon occhio su una sella qualcuno che non fosse un uomo.

Alfonsina Morini StradaNata in una famiglia come tante, analfabeta, contadina e povera, Alfonsina ha il colpo di fulmine a 14 anni quando riceve una bicicletta dal padre. È poco più di un ferro vecchio, eppure basta a farla sognare. Comincia a usarla per fare piccoli giri ma impara presto a conquistare i suoi spazi allontanandosi sempre di più da casa, spesso di nascosto. Giorno dopo giorno il suo amore per la libertà cresce, e insieme a questo anche l’amore per la competizione. Un’idea si fa strada nella sua mente: diventare una ciclista.

Quando la madre la scopre, la mette di fronte a una scelta: se vuole continuare a pedalare deve sposarsi. E così fa. Alfonsina si sposa con Luigi Strada, cesellatore di vedute più larghe della sua famiglia e con un nome benaugurante. Come regalo di nozze, chiede e ottiene una bicicletta da corsa.

Le prime gare e l’iscrizione al Giro

Il marito fortunatamente la sostiene. Il talento di Alfonsina è troppo grande per essere ignorato e per rimanere confinato nella provincia di Modena. Con le ambizioni che crescono, inizia quindi a confrontarsi con gli altri e a viaggiare, altra abitudine nuova per una donna.

In pochi anni ottiene risultati più che incoraggianti.

Dopo trasferimento a Milano, nel 1907 è a Torino, dove nel frattempo è stata fondata l’Unione velocipedistica italiana. Due anni dopo è in Russia per il Gran Prix di Pietroburgo, gara che le vale anche una medaglia dallo Zar Nicola II.

A spronarla è Carlo Messori, ciclista professionista, che in seguito diventerà il suo secondo marito dopo la morte di Luigi.

Nel 1911 Alfonsina centra il record mondiale di velocità in Francia e inizia a essere finalmente notata dai giornali e dai colleghi uomini. Tra questi anche Costante Girardengo che le tributa stima e considerazione. Corre il Giro della Lombardia per due anni, nel 1917 e nel 1918, ma la vera svolta avviene nel 1924 quando finalmente si iscrive al Giro d’Italia maschile.

Alfonsina corre e conquista la folla

È una donna, ma riesce a sfruttare a suo vantaggio la confusione che regna quell’anno nell’organizzazione a causa dei tanti malumori delle squadre. Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport, si dimostra disponibile e Alfonsina compete ufficialmente come atleta individuale. Prima donna nella storia.

Anche se con molto distacco, Alfonsina riesce a completare le prime quattro tappe ma nella successiva, L’Aquila-Perugia, finisce fuori tempo massimo e viene esclusa dalla classifica. Pur con qualche polemica, le viene però concesso di correre comunque, anche perché la sua fama è in ascesa e il suo nome, dapprima storpiato dalla stampa, diventa un richiamo irresistibile per tifosi e appassionati che la acclamano all’arrivo di ogni tappa

Di lei infatti non si era parlato subito. I giornali, non si sa quanto volutamente, sbagliano il suo nome riportando prima “Alfonsin Strada” e poi “Alfonsino”. Soltanto in seguito viene corretto.

Lo scrittore e regista Gianni Celati, la descrive così nel suo breve racconto Narratori delle pianure.

«Una foto d’epoca la mostra china sul manubrio d’una bici da corsa, con mutandoni fino al ginocchio, mentre passa su una strada di campagna applaudita da un fila di tifosi, i quali sono tutti scalzi. Ha un volto rotondo con grosse ossa occipitali, occhi piccoli e fronte molto larga, capelli corti tirati all’indietro; ha grossi polpacci, braccia robuste, spalle quadrate; ha un sorriso a mezzaluna tagliato ai lati dal rilievo delle guance».

Ormai la chiamano «la corridora» e ha un suo seguito di affezionati. A un ammiratore che vuole omaggiarla con un paio di calzature femminili, lei risponde così: «A me interessano solo le biciclette». Segno di un amore incondizionato per lo sport e per le proprie ambizioni.

Alfonsina riesce a percorrere tutte le dodici tappe, per un totale di 3618 chilometri. Dei novanta atleti partiti, è tra i trenta che arrivano all’ultimo traguardo a Milano. È fuori classifica ma è un risultato straordinario.

Da ciclista “in incognito” a simbolo di libertà

Dopo il primo Giro d’Italia, Alfonsina ne corre altri ma in maniera non ufficiale perché le viene impedito di iscriversi. Un muro che però non la ferma ma le dà la spinta per proseguire e a tagliare altri traguardi importanti come il record dell’ora femminile segnato a Longchamp nel 1938, all’età di quarantasette anni.

Una volta ritirata, il suo amore per lo sport non si esaurisce e insieme al marito apre a Milano, in via Varesina, un negozio di biciclette con una piccola officina che offre piccole riparazioni. Per andare a lavorare, ovviamente, sale sulla sua di bicicletta per poi passare su una Moto Guzzi, che guida indossando un’ampia gonna pantalone.

Muore il 13 settembre 1959 all’età di sessantotto anni, proprio sulla sua moto. Dopo aver scritto un pezzo di storia dello sport e aver segnato una delle prime tappe nel percorso di emancipazione femminile in Italia.

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